vedi alla fine tutto è relativo

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non so far nulla diadainconsupertrafra ’sto template della fava, bevo troppo e dormo troppo poco, ma alla fine chi se ne frega, io mi guardo la quarta et quinta puntata di lost, vuoi mettere.

Torino, domenica

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Allora, eravamo seduti in una piazza piena di sole, una domenica mattina. C’era gente seduta ai tavolini dei bar, gente che passeggiava e si godeva il sole di un autunno che sembrava estate, gente che comprava le paste prima di andare a pranzo dalla suocera e così. Gente. E tra la gente, tra tutta questa gente intenta a fare le cose normali di una domenica mattina normale, normale a parte l’estate ad ottobre, tra tutta questa gente normale c’è una famiglia normale, che non ti giri a guardare un’altra volta, che non ti gireresti a guardare un’altra volta se non sentissi delle urla, se non vedessi un ometto che si agita e inveisce, se non vedessi il capofamiglia normale di quella famiglia normale allontanarsi dall’ometto che continua ad inveire, se non lo vedessi, mentre si allontana, passare accanto ad un bambino - no, non un bambino, il suo bambino, il bambino normale di una famiglia normale - e travolgerlo con una sberla che lo solleva, lo solleva davvero da terra e lo fa volare. Allora poi c’è tutto il resto, l’ometto agitato che lo insegue, il ragazzo con il giornale arrotolato in mano che glielo dà in faccia, poi lo spingono in un angolo, gli urlano vergogna, gli urlano non si picchiano i bambini, cose così, e i bambini, sono tre, i bambini piangono e guardano la scena, guardano la loro mamma normale che difende il loro papà normale, la guardano mettersi in mezzo per strapparlo a quelli che gli stanno addosso, stanno lì dietro all’ometto agitato che sta urlando che i bambini non devono stare con quel pazzo, che bisogna chiamare la polizia. Ma è tutto troppo assurdo, per una domenica mattina normale tra tanta gente normale, e alla fine la famiglia normale scivola via, si confonde tra la gente normale e va a continuare la sua vita normale. E in tutto questo, in tutto questo io ero inchiodata alla mia sedia, al tavolino del bar, inchiodata, e la vergogna ce l’ho ancora addosso.

2 nov.

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La padella di ferro per le castagne, tutta bucherellata.
La vecchia Bianchi, che è ancora in cantina.
L’asticella per farmi arrivare all’interruttore della luce.
Gli orologi.
Il biglietto che gli avevo scritto a 17 anni e che non ha più tolto dal portafoglio.
La storia della luna.
I viaggi in treno.
Le parole crociate.
Il maggiolino verde bottiglia. C’è una foto di me sul maggiolino, che faccio finta di guidare. Ho un sacco di ricci e una faccetta tutta seria.
Io domani non ci vado, al cimitero.
Non ci vado mai, non ci vado da mesi.
Io mio papà voglio ricordamelo che si commuove sentendo la Tosca, o che tiene in braccio mio nipote, o che si spaventa quando il gatto gli salta in braccio all’improvviso.
Io voglio ricordarmelo così, e al cimitero non ci vado.
Secondo me lui capisce.

Duezerozero5

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Non è solo l’estate, Laura.
Ci mette del suo, ma non è solo l’estate.
E’ che certe persone si incastrano perfettamente quasi del tutto, la pelle gli odori la testa le risate cuore fegato polmoni, quasi tutto, ma c’è un pezzettino che per quanto ti sembra manchi tanto così oh, niente, non c’è mica niente da fare, non si incastra. E quel pezzettino lì all’inizio sembra niente e poi diventa tutto.
Non è solo l’estate, Laura.
E’ che a volte si va troppo avanti per tornare indietro, e c’è sempre un momento, in queste cose, c’è sempre un momento in cui tutto sembrava possibile, e magari era vero, ma le cose non sono mai così semplici.
Non è solo l’estate, Laura.
E’ che c’è chi ha bisogno di correre per scappare dai suoi fantasmi, e a un certo punto tu puoi solo andare avanti con le tue cose e trepidare un po’ per lui sperando che non si faccia mai troppo male, che chissà se tu avresti potuto farlo stare bene, certo che te lo chiedi, ma la risposta mica c’è, e allora chiederselo non serve, anche perché la domanda è posta male.
Non è solo l’estate, Laura.
E’ che a volte le cose vanno così e basta.

Perché il non esserci più di quello che c’è stato è sempre doloroso, veramente doloroso - pensavo - ma il non esserci più di quello che non c’è stato è veramente micidiale, una cosa proprio annichilente. Per me è sempre stato meglio il dolore che l’annichilimento. Come fa - mi sono chiesto tante volte - una cosa che non c’è stata a non esserci più. Non c’è più qualcosa, ma è un qualcosa che non essendoci neanche stato alla fine non sai neanche che cos’è, però sai benissimo che non c’è più perché almeno una volta l’hai sfiorato. Hai sfiorato qualcosa che pur non essendoci più per un po’ era sfiorabile. Questi buchi fatti nel niente, di questo sfiorabile, che forse per un periodo avresti potuto anche abbracciarlo, sono qualcosa che mi ha sempre ammazzato.
Ugo Cornia, Quasi amore

Déjà vu

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A pensarci, a me è l’inquietante e metodica ciclicità delle circostanze a darmi noia.

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