Prima di dormire

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Io la mia amica Alle l’ho conosciuta che avevamo 14 anni. Io avevo maglioni che arrivavano alle ginocchia e lei una treccia lunga lunga. Io a pranzo andavo spesso a casa sua. Andavamo sempre da lei, perché casa sua non era molto lontana da scuola, mentre la mia sì, così a casa mia non andavamo quasi mai. Mi ricordo che mangiavamo guardando Non è la rai. Mi ricordo che l’Alle aveva il gatto più feroce del mondo, Lullino il Terribile, che non lo dico così per dire, non era solo schivo e scostante come i gatti antipatici e diffidenti che magari soffiano ma finisce lì. No. Lullino il Terribile attaccava. Mi ricordo che quando dormivo da lei avevo sempre paura di quello che Lullino il Terribile avrebbe potuto fare durante la notte, tipo saltare sul letto e cavarmi gli occhi. Mi ricordo anche che non era un gatto molto discreto, perché Lullino il Terribile non permetteva a nessuno di andare in bagno in solitaria: arrivava, apriva a zampate la porta a soffietto che non si chiudeva benissimissimo, sgusciava dentro e magari non doveva nemmeno fare pipì, si metteva semplicemente lì a fissarti, o forse voleva assicurarsi che non avresti fatto i tuoi bisogni nella sua cassettina. Gli unici momenti di vendetta su Lullino il Terribile ce li avevo quando andava in calore, che diventava una pupazzetta languida tutta miagolii e code alzate e sederi per aria e strusciatine e mossettine e si lasciava fare di tutto. Ma a parte questo. Mi ricordo che l’Alle aveva l’Armadietto delle Meraviglie, cosa che le invidiavo assai, una dispensa stracolma di cibarie dove l’articolo più salutare vantava 8000 calorie e 162 grammi di grassi saturi. Un paradiso. Mi ricordo che passavamo i pomeriggi a pasticciare la Smemo, e l’Alle era bravissima e molto più artista di me, e comunqe erano belle le chiacchiere attorno a quel tavolo disseminato di pennarelli e adesivi e fotografie. Mi ricordo che una volta siamo andate in montagna con delle amiche per il ponte di Sant’Ambrogio, poi quando dovevamo tornare abbiamo fatto finta di aver perso il treno per poter stare due giorni in più. Quella è stata la volta che ci siamo innamorate di due gemelli, che però non erano proprio uguali. Quella è stata anche la volta che abbiamo fatto un pupazzo di neve a forma di cazzo (dicesi pucazzo). Mi ricordo che una volta eravamo in vacanza e c’era brutto tempo e ci annoiavamo e così ho comprato la tinta e l’Alle mi ha fatto i capelli neri, e abbiamo tinto il lavandino della stanza d’albergo di blu. Io alla fine sembravo Morticia Adams. Mi ricordo che una volta siamo andate a fare la settimana bianca a Livigno e io mi sono ammalata moltissimo, così l’Alle andava in biblioteca e mi portava i libri in stanza, e poi veniva a fare snowboard sotto la finestra, così la potevo vedere. Mi ricordo che a Parigi abbiamo fatto una foto dove fingiamo di baciarci perdutamente sotto la Tour Eiffel, e dietro c’è un giapponese che ci guarda male. Mi ricordo che la sera, quando prendevo la 95 per tornare a casa, e attraversavo Milano che era già illuminata dalle insegne dei negozi e dai fari delle automobili in fila, ero sempre un po’ triste perché casa mia mi sembrava vuota e avevo la sensazione di essermi lasciata dietro un pezzetto di me. Adesso l’Alle ha detto che viene a trovarmi. Speriamo.

Autunno esistenziale*

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Se io sapessi, se io potessi aprirmi la scatola cranica e guardarci e frugarci e ravanarci dentro, e analizzare e studiare e capire quali siano i circuiti interrotti, quali quelli da ripristinare, dove sono i falsi contatti, ecco, io una cosa così pagherei per poterla fare. Se io potessi avere una mappa, una bussola, una cazzo di freccia che dica ecco, a spanne, ma di qui vai bene, io sarei un po’ più tranquilla. Intanto, come consiglio di fare a tutti quando siete in periodi di svolte epocali (bum), mi taglio i capelli. Poi, si vedrà.

*(c)Chica, Parmina e una boccia di sangria.

Un’oca che guazza nel fango,
un cane che abbaia a comando,
la pioggia che cade e non cade
le nebbie striscianti che svelano e velano strade…

Profilo degli alberi secchi,
spezzarsi scrosciante di stecchi,
sul monte, ogni tanto, gli spari
e cadono urlando di morte gli animali ignari…

L’autunno ti fa sonnolento,
la luce del giorno è un momento
che irrompe e veloce è svanita:
metafora lucida di quello che è la nostra vita…

L’autunno che sfuma i contorni
consuma in un giorno più giorni,
ti sembra sia un gioco indolente,
ma rapido brucia giornate che appaiono lente…

Odori di fumo e foschia,
fanghiglia di periferia,
distese di foglia marcita
che cade in silenzio lasciando per sempre la vita…

Rinchiudersi in casa a aspettare
qualcuno o qualcosa da fare,
qualcosa che mai si farà,
qualcuno che sai non esiste e che non suonerà…

Rinchiudersi in casa a contare
le ore che fai scivolare
pensando confuso al mistero
dei tanti “io sarò” diventati per dempre “io ero”…

Rinchiudersi in casa a guardare
un libro, una foto, un giornale
e ignorando quel rodere sordo
che cambia “io faccio” e lo fa diventare “io ricordo”…

La notte è di colpo calata,
c’è un’oscurità perforata
da un’auto che passa veloce
lasciando soltanto al silenzio la buia sua voce…

Rumore che appare e scompare,
immagine crepuscolare
del correre tuo senza scopo,
del tempo che gioca con te come il gatto col topo…

Le storie credute importanti
si sbriciolano in pochi istanti:
figure e impressioni passate
si fanno lontane e lontana così è la tua estate…

E vesti la notte incombente
lasciando vagare la mente
al niente temuto e aspettato
sapendo che questo è il tuo autunno…
che adesso è arrivato…

F. Guccini

4.569.856*

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Stavo scrivendo una mail, prima.
Poi l’ho abortita, e ho pensato di scrivere un post.
Ma stava diventando una mail, allora ho abortito anche lui.
Sarà il caso di provare a dormire.

*numero delle pecore contate fino ad ora, stimate per difetto.

Boh

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Ho gli occhi quadrati ma bisogno di mettere ancora insieme due parole di senso compiuto. Lavorolavorolavoro, le dita picchiettano sulla tastiera e i pensieri picchiettano il cervello, che bella cosa. Mi riempio di niente e reimparo a respirare, che non ho nemmeno voglia ma insomma qualcosa verrà fuori. Vorrei aprirmi, qui sulla pancia, e ripulirmi un po’, come si fa con i pesci, svuotarmi di tutto quello che non va bene e riempirmi solo di amici e colori e risate e vino rosso e chiacchiere e primavera, che quest’anno non arriva mai. Vorrei un Obi Wan Kenobi che mi insegnasse dove si deve cercare la forza e che avesse una risposta per tutte le mie domande. Vorrei imparare la sottile arte della noncuranza. Vorrei vomitare, che forse questo nodo allo stomaco se ne andrebbe.

Cose da donne

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Tempo per me, stasera.
Una sera tutta per me, questa.
Una sera in cui mi coccolo.
Una lunga doccia bollente, con l’acqua che lava via la stanchezza e scioglie i muscoli tesi.
Un lungo bagno caldo, i sali profumati no i sali profumati no, sembro la protagonista di un romanzo di Judith Krantz, il bagnoschiuma al cappuccino&cannella, una candela accesa sulla lavatrice sulla mensola accanto alla vasca, Eva 3000 un buon libro da leggere, un po’ di musica in sottofondo, l’ultimo di Tiziano Ferro magari del jazz, con le sue note morbide e sensuali che mi accarezzano.

- Oh io mi sento un’imbecille.
- Scherzi? Vai vai, continua, stai andando alla grande.
- Dici?
- Assolutamente, il post delle coccole-a-me-stessa non può mancare.
- Vabè. Allora vado.
- Vai.

Ehm. Sì, dunque. Esco dalla doccia no cazzo dalla vasca, mi avvolgo nel morbido asciugamano di spugna. Lo specchio appannato mi rimanda un’immagine liquida e confusa di me stessa. Lascio cadere l’asciugamano e mi passo sulla pelle ancora un po’ umida la crema idratante all’arancia&cocco alla menta&cioccolato, mentre –

- Dove vai? Torna subito qui!! Finisci il post!
- Col cazzo. Finiscitela da sola, questa solenne vaccata.

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